Manicomio R.
Ottobre 2022.
Premessa
Questo manicomio è uno dei luoghi negli anni divenuti una “pietra miliare” della scena Urbex italiana. Conosciuto ed esplorato da Lost Italy sin dal 2007 (!) era uno di quei tanti luoghi che non avevo ancora potuto esplorare.
Storia
L’edificio principale fu costruito alla fine del 1700 e divenne manicomio solo negli anni settanta del 1800. A seguito della legge Basaglia, come gli altri istituti, fu chiuso con il progressivo trasferimento dei pazienti tra gli anni ottanta e i novanta del 1900. Un padiglione venne usato come archivio dall’ASL locale fino al 2015.
Esplorazione
Siamo in quattro per questa esplorazione, in una giornata grigia e piovigginosa. Quando muoviamo i primi passi nel parco del manicomio la pioggia inizia ad aumentare, l’atmosfera è decisamente cupa e affine all’ambiente circostante.
Il Padiglione C.
Arriviamo al padiglione principale ed entriamo nell’edificio. Noto qualche scritta con le bombolette ma non sufficienti a rovinare la bellezza del cortile interno. I corridoi con volte a crociera sono lunghissimi, con sedute in legno attaccate al muro interno. Non è difficile immaginare i pazienti seduti qui durante magari un’”ora d’aria”. Gli alberi ormai altissimi e le piante rampicanti nascondono alla vista le facciate interne. Si intuiscono le colonne dei portici, le porte arrugginite e le numerose finestre con sbarre che vi si affacciano.


Sul corridoio si aprono diversi stanzoni, le quali porte verso l’esterno della struttura sono state murate, quindi parecchio bui. Sopra le soglie delle porte ci sono ancora le targhette che indicano ad esempio “Refettorio”, “Infermeria”. In una di queste buie stanze il pavimento è ricoperto da bottigliette di plastica, si tratta di un fissante chimico Agfa usato per lo sviluppo delle radiografie; la puzza di chimico in questa stanza è tutt’ora piuttosto forte e non capisco come mai questi rifiuti non vennero smaltiti correttamente a suo tempo. Un’altra grande stanza era un bagno, che ospita tre vasche, ma c’era spazio per una quarta, ora assente.



Proseguiamo il giro al piano terra fino all’ingresso principale del padiglione che dava sulla strada, un grande androne con colonne che ospita anche l’ingresso della chiesa interna del manicomio. Chiesa della quale non ho scattato nessuna foto a causa del buio totale al suo interno. Le finestre murate o coperte dalla vegetazione al piano terra, unite ad una giornata sempre più grigia, in generale non consentivano l’ingresso di molta luce all’interno degli edifici.

Saliti al primo piano la situazione luce era migliore, ma anche qui abbiamo trovato purtroppo delle stanze murate come quella del “Barbiere” e un “Laboratorio” probabilmente dove i degenti realizzavano delle creazioni. Ci sono diverse stanze con pareti scrostate, ragnatele e corridoi con le classiche lampade al neon tutte allineate. In una sala giace un vecchio registratore di microfilm con visore; in pratica una specie di scanner che trasferiva i documenti su pellicola, tipo quelli che si vedono nei film, situati nelle biblioteche, quando il protagonista va a consultare i vecchi quotidiani locali.


Una piccola stanzetta mi conquista, la luce accarezza un tavolino sotto la finestra aperta, la tendina a brandelli, una vecchia borsa portadocumenti e una bottiglia di vino vuota, due sedie e il rumore di mille gocce sulle piante. In un’altra stanzina ci sono due vecchie sedie appoggiate al muro di fianco al tozzo termosifone, mentre un attaccapanni è inutilmente al centro del pavimento.


Arriviamo poi dove un grande pezzo della facciata dell’edificio è crollata insieme al tetto e ai pavimenti dei due piani. Una stanza dalle pareti in doppia tonalità di azzurro che ormai si affaccia sugli alberi astanti; nel pavimento una grande voragine da cui si possono vedere tutte le macerie nel locale sottostante. Ci muoviamo per corridoi qui più bassi e che danno a piccole stanze che contengono talvolta degli armadietti, tavoli, un divano. Fino a che non ci imbattiamo nelle famose sale mediche, dove una volta c’era anche la famosa sedia da dentista, ormai sparita. Tra le pareti con le piastrelline verdi rimane un lettino con un macchinario per la termoterapia, i lavandini e una sterilizzatrice.


Incontriamo poi l’imponente scalone con la bellissima ringhiera in ferro battuto, un’eleganza che stride con l’ambiente circostante.

In un corridoio ci sono le finestrelle che si affacciano sulla chiesa sottostante, mentre un altro corridoio porta a una serie di locali adibiti a uffici e persino ad un laboratorio di analisi dove rimangono i banconi piastrellati, i lavandini, le cappe e qualche residuo degli strumenti di lavoro. Le stanze hanno spaventose crepe nei muri, l’edificio è attraversato da enormi tiranti che sono stati installati per tenerlo insieme e in piedi. Visto comunque il crollo della facciata interna, temo che senza interventi seri questo padiglione non potrà resistere ancora molti anni.


Tra gli uffici ci sono anche due stanze con grandi schedari in legno, mobili alti come tutta la parete con decine di scomparti chiusi da antine. Uno di questi è totalmente carbonizzato perché (penso) qualcuno gli ha dato deliberatamente fuoco. Anche il corridoio esterno ha il soffitto annerito dal fumo, rendendo l’atmosfera ancora più cupa e tetra, con le piante rampicanti che strisciano all’interno, attraverso le finestre. Sul pavimento della stanza dove c’è l’archivio non bruciato ci sono sparpagliate decine di documenti. Un ufficio ha alle pareti della carta da parati piuttosto elegante.



Continuando a seguire i corridoi, raggiungiamo un grande spazio, una specie di palestra o magazzino, con tante finestre in alto e il soffitto a volte, simile ad una chiesa. Le pareti sono azzurre e il pavimento evidentemente poggia su travi di legno, infatti bastano i passi di una persona per fare ondeggiare anche le altre ferme a metri di distanza. A ridosso di una parete sono appoggiate due insegne in legno, di cui una con la scritta “AVE MARIA” che doveva essere completamente illuminata da molte lampadine.


Di fianco a questa stanza parte una scala che scende e conduce ad un piano “segreto”, ossia un piano ammezzato dal soffitto molto più basso e in precarie condizioni. In uno stanzino, su una scrivania ci sono documenti degli anni ’40 e ’60. Qui ci sono anche le stanze riservate ai medici. Una camera in particolare è davvero incredibile, perché c’è ancora il letto, blu, con sopra una coperta e due ciabatte sul pavimento, il comodino, un appendiabiti e su uno scaffale una scatola cilindrica ornata, forse un porta cappelli? Sul comodino c’è anche una confezione di pillole e diverse richieste di permesso compilate dai dipendenti del manicomio risalenti al 1960. Nell’armadietto sopra al lavandino ci sono ancora lo spazzolino da denti e la “pasta dentifricia” vecchi di diversi decenni. Un’altra camera ha il soffitto e il pavimento quasi completamente sfondati, con il letto in precario equilibrio sul vuoto.



Risaliamo da questo tenebroso e pericoloso piano ammezzato, proseguiamo tra i corridoi fino a trovare una stanza con tavolo e armadietto dotato ancora dei suoi vetri sulle antine. Non so a cosa fosse servita questa stanza, ma mi ha dato l’idea di essere una specie di studio medico; forse anche perché di fronte alla porta d’ingresso, in mezzo al pianerottolo, c’era una sorta di lettino basculante in legno dove evidentemente venivano posti i pazienti per qualche trattamento medico. A dirla tutta uno degli oggetti più spaventosi che abbia mai visto in un luogo abbandonato.


Abbiamo terminato di esplorare il padiglione, che era il più grande e conosciuto del manicomio. Torniamo sui nostri passi fino al parco, dove ha ripreso a piovere copiosamente. Ci dirigiamo sotto la pioggia scrosciante verso il padiglione più vicino.
Il Padiglione T.
Non sappiamo come entrare, per cui ci bagnamo non poco prima di trovare il nostro ingresso. Capisco subito però che ne è valsa la pena. Anche se questo padiglione è stato usato più recentemente e non trasuda di storia come l’altro, appare subito interessante in quanto ricco di oggetti.
In quella che sembra essere una cucina, c’è una grande croce di legno. In un grande stanzone ci sono letti, interi e smontati, pigne di coperte e un’inquietante scultura di cartapesta che indossa un mantello. Nel corridoio comodini, una carrozzina, un’altra grande croce di legno e una sagoma di cartone di bambina, forse un personaggio del presepe.


Nei vari stanzini ci sono altre decorazioni religiose e un’altra croce, questa volta ricoperta di carta stagnola. Sulla porta di una stanza c’è un foglio con il nome “Salvatore” stampato, penso che queste camere potessero essere gli alloggi dei pazienti più tranquilli e tra gli ultimi ad aver vissuto nel manicomio prima della chiusura. Forse qui svolgevano anche delle attività creative, in un altro locale ci sono delle macchine da cucire, appoggiate su una panchina. Nell’androne dove inizia la scala per il piano superiore c’è parcheggiata una carrozzina a tre ruote simile ad una bicicletta, azionata però con la forza del braccio tramite una manovella collegata mediante catena all’asse posteriore.


C’è una targa sulla porta dipinta in color lilla di un ufficio che riporta “socioterapia”, quindi in effetti in questo padiglione si svolgevano servizi sanitari più “moderni” rispetto alla semplice detenzione del padiglione precedente. Concludiamo l’esplorazione del padiglione trovando diversa attrezzatura medica come flaconi, tubi di gomma e macchinari che mi appaiono alquanto misteriosi.


Torniamo all’esterno, dove incredibilmente nel frattempo ha praticamente smesso di piovere!
Andiamo alla scoperta del parco, con un obiettivo, trovare il reparto infantile.
Il Padiglione M.
Non sapevamo di preciso dove fosse questo reparto, così iniziamo a perlustrare l’altro grande padiglione rimanente. Una ricerca lunga circa un’ora, complicata dal fatto che il padiglione fosse praticamente diviso in due parti da una zona con gli accessi murati, quindi ogni volta dovevamo fare il giro dall’esterno per passare da un lato all’altro. Infine, cerca che ti ricerca, metto la testa in quello che dal corridoio sembrava essere solo un bagno e vedo, defilata, una porta con i vetri tutti colorati. Entriamo in un corridoio totalmente buio, tutte le tapparelle sono chiuse e la luce esterna non è aumentata. Le pareti sono colorate con due tonalità di rosa e decorate con disegni fatti con le tempere, forse proprio dai bambini.


In particolare fanno impressione le ante di legno di una porta completamente coperte dai numeri in ordine da 0 a 9 ripetuti fino a riempire lo spazio disponibile. C’è la silhouette nera di un uomo con impermeabile e cappello che sembra attraversare di corsa il corridoio e quella di una donna che tende la mano verso le impronte di mani infantili impresse sull’intonaco che si sta staccando.
Un altro locale incredibile è il bagno. Le pareti, dalle piastrelle in su… fino a dove arrivava il pittore, sono state dipinte come un cielo azzurro decorato con stelle gialle. Sulle piastrelle bianche sono stati disegnati triangoli colorati, fiori, il mare con pesci, navi e un sottomarino, un prato, il sole e.… ancora i numeri.


Il resto del padiglione è piuttosto vuoto, solo al primo piano troviamo dei letti ospedalieri con meccanismo per il sollevamento di busto e gambe.

Il Padiglione Sezione M.
Siamo abbastanza soddisfatti ma non abbastanza da non cercare l’ingresso di un ulteriore padiglione, dall’aspetto generale più recente. Infatti, una volta all’interno capiamo che questo edificio fu usato dall’ASL locale per conservare i suoi archivi, in particolare schede e radiografie di pazienti. Le enormi stanze sono arredate da scaffali metallici vuoti dove sicuramente venivano conservati i faldoni e le lastre.


La Centrale Termica
Usciamo e ci rechiamo all’edificio della Centrale Termica. L’aspetto razionalista e il font della scritta appunto “CENTRALE TERMICA” sono molto affascinanti, con la facciata movimentata anche dalle finestre e dalle fasce di mattoni a vista.

All’interno non è rimasto molto, ma ci sono ancora i mobili nei locali per la manutenzione, armadietti e scaffali in legno che ospitavano tutti i pezzi di ricambio e gli attrezzi necessari. Ci sono molti dettagli deliziosi, come la finestra circolare sopra il lavandino del bagno, le scritte sui ripiani, la pubblicità della Fiat Croma degli anni ’80 attaccata al muro, una scolorita foto della Juventus campione d’Europa 1985 tra le foglie secche sul pavimento.


Torniamo ancora all’aperto. Giriamo per il parco alla ricerca dell’obitorio con il tavolo da autopsie usato negli ultimi anni come stalla per il bestiame ma non riusciamo proprio a trovarlo. Rimane solo un edificio piuttosto moderno che non ci suscita nessun interesse o emozione; dall’esterno si vede anche che è chiuso e vuoto. Decidiamo quindi di saltarlo e ci avviciniamo alla chiesetta che si trova proprio di fronte al Padiglione M. ma è ben chiusa. Probabilmente è ancora in uso dato che dal lato opposto si affaccia sulla strada e sembra essere in ottimo stato. Vicino alla chiesa c’è l’alta torre piezometrica, sulla cui cima vediamo le solite antenne per la telefonia mobile. Questo particolare ci invita a non avvicinarci nemmeno alla base perché potrebbero esserci allarmi e/o telecamere di sicurezza. Conveniamo che abbiamo terminato l’esplorazione e torniamo all’esterno dell’area, dove mi cambio scarpe e pantaloni decisamente bagnati per proseguire da solo verso il bed & breakfast che mi ospiterà per la notte in quella due giorni Urbex.

Conclusioni
Non una semplice esplorazione, una vera esperienza tra molte emozioni. Se da un lato la giornata buia e piovosa ha reso difficoltosa o anche impossibile la fotografia, dall’altro ha senz’altro conferito l’atmosfera più “giusta” all’ambiente. Nonostante ciò, non ho avvertito un senso di angoscia o di claustrofobia come invece ho avvertito ad esempio al Manicomio V.
Singolare il fatto che in tutto il padiglione principale non si trovi più nemmeno un letto, se non quelli nelle camere dei dottori. Quelli trovati nel secondo padiglione sono più recenti di quelli originali, quindi questi ultimi potrebbero essere stati spostati nei sotterranei, che non abbiamo esplorato. Potrebbe essere uno spunto per tornare, chissà!
Le foto qui presenti risalgono a Ottobre 2022.